Roma, una città in cerca di futuro

Il modello-Roma, ritenuto e indicato - da un pensiero diffuso - come un riferimento politico e culturale generalizzabile all’intero paese, è fallito e con esso anche l’ipotesi riformista che si proponeva l’eliminazione del conflitto sociale e l’emarginazione delle soggettività non allineate. Esso è risultato un puro darsi di insiemi di enunciati e di figure indipendenti da ogni riferimento a dei soggetti reali e in tal senso essere totalmente subalterno ai gruppi di potere.

Il modello Roma si è rivelato una gigantesca macchina per creare collusioni, protezioni, complicità politiche e di affari. L’effimero, le operazioni di restyling urbano e le esperienze di partecipazione, davano l’idea che esso annunciasse una nuova epoca di splendore della capitale. In realtà a godere di questi vantaggi erano i gruppi di potere, alcune lobby, apparati di partito, associazioni nell’orbita di gravitazione del modello. A farne le spese è stato il concetto di democrazia, ridotto a pura e acritica adesione, delega in bianco alle scelte: il manovratore non poteva essere disturbato.

Il modello urbanistico, che ha fatto da strumento operativo di quel modello, era basato sulla concertazione tra amministratori e gli attori della rendita fondiaria e immobiliare (Vaticano compreso) e si è rivelato del tutto subalterno ai poteri di questi ultimi. Il prezzo di questa concertazione sarà pagato negli anni a venire: caos della mobilità, isolamento dei nuovi quartieri, imbarbarimento della qualità della vita, attacco alla convivenza e rottura delle forme di solidarietà. Il PRG si è dimostrato il grimaldello attraverso il quale stabilire l’alleanza con gli speculatori immobiliari e ridurre al silenzio qualsiasi tentativo di opposizione proveniente dai municipi e dai gruppi di cittadini.

L’ipotesi riformista del modello si è dimostrata infine una variante del trasformismo: ha premiato la speculazione, la rendita, i meccanismi finanziari distribuendo ai più illusioni di partecipare a un presunto rinascimento della città. Essa aveva comunque rinunciato a un’idea di politica tesa a far crescere le responsabilità e la capacità critica del singolo cittadino. Qualunque tentativo di opposizione veniva vanificato attraverso forme di cooptazione al Grande Progetto della Roma Futura. Nessun margine di autonomia veniva concesso ai Municipi che non fosse di pura adesione alle scelte centrali. Nel frattempo la città è stata svenduta a pezzi con scarsi vantaggi per l’interesse collettivo. E’ venuta meno qualsiasi idea di Bene Comune.

E’ una vecchia idea trasformista quella di far credere ai cittadini che non si può rinunciare alla compartecipazione dei privati (che in realtà sono speculatori immobiliari). Di fatto, però, nella concertazione, viene esclusa la partecipazione diretta dei cittadini e si gioca al ribasso nei confronti dell’interesse pubblico. Il vantaggio è quello di estendere sempre di più la rete delle collusioni e degli interessi privati.

Allo stesso modo anche il “sociale” è stato progressivamente delegato al privato, riducendolo ad una mera questione economica, di servizi. Va ribadita invece l’importanza del ruolo pubblico anche nel campo sociale.

E tuttavia questa ricerca del consenso a qualsiasi prezzo non ha evitato la disfatta. Il gioco di estendere i privilegi a speculatori immobiliari, lobby, associazioni, per aumentare il consenso elettorale non ha funzionato. Se nel nord gli operai hanno votato Lega, a Roma sono state le ex cinture rosse metropolitane a votare la destra. La disfatta è partita dalle periferie, una volta lo zoccolo duro del PCI. Al centro, ai Parioli, a Salario si è votato Rutelli. L’emarginazione delle periferie, dei meno protetti, il disagio sociale e il caos della mobilità, sono stati gli elementi alla base della scottante sconfitta.

La cosiddetta partecipazione è stata per lo più un corto circuito tra amministrazione e gruppi di occupazione dello spazio pubblico (spesso anche di sinistra). E’ venuta alla luce tutta la fragilità dei movimenti, che spesso sono decaduti a ruolo di supporter delle scelte dell’amministrazione, o sganciandosi dalla loro base, o proteggendo fasce sociali ristrette e innescando lotte tra poveri. Risultato: un indebolimento dei singoli cittadini espropriati delle loro possibilità di farsi ascoltare senza la mediazione dei partiti o dei movimenti.

Effimera modernizzazione

L’ipotesi di eliminazione del conflitto sociale come prezzo della modernizzazione della città è stata fallimentare. Si scontano deficit culturali e politici e un’idea falsa di modernità. Già l’esperienza inglese di Blair avrebbe dovuto insegnare come la fase cruenta del neoliberismo non lascia margini per ipotesi riformiste. Un riformismo, dunque, anche fuori tempo e ritenuto del tutto superato da molti dei suoi stessi precedenti sostenitori del passato.

La politica nuova basata sugli eventi, festeggiamenti, festival, notti bianche e quant’altri tentativi di catturare un effimero consenso, si è dimostrata il velo che copriva una crescita insana (la favola del Pil), un disagio crescente delle fasce più povere, uno sviluppo basato sulla svendita dei beni comuni e sull’idea di assecondare un mercato che intanto disseminava il territorio di centri commerciali e di nuovi posticci insediamenti chiamati “centralità”. Un modello di sviluppo, insomma, a senso unico e tutto basato sullo sfruttamento del territorio. La crescita del disagio sociale, il peggioramento delle condizioni di mobilità, la sensazione di sentirsi sempre più soli ed esclusi dalle scelte, ha fatto crescere nelle periferie dell’impero quel sentimento che è stato chiamato “risentimento”.

L’economia ha anticipato la politica con due conseguenze. La prima è il trionfo della competizione a spese della solidarietà. Il dogma della concorrenza internazionale - la competizione – spinge a risparmiare su tutto esercitando una pressione crescente sui più deboli. In una società fondata sulla competizione, dove va a finire l’enorme folla dei perdenti?

La seconda è la scomparsa dei beni comuni. I luoghi pubblici sono diventati una discarica degli interessi privati, una sorta di gigantesco non-luogo, un territorio che non appartiene a nessuno: è la tragedia dei beni comuni che diventano indifendibili. E’ stata ricordata la frase di Argan: una città senza abitanti e abitanti senza città. Si tratta non soltanto della privatizzazione dei luoghi pubblici, ma anche della privatizzazione e dello spreco delle risorse naturali scarse (territorio, energia, acqua, materia), dei servizi resi dalla natura all’uomo, dei servizi sociali costruiti dalla collettività, della perdita di cultura e della rottura del legame sociale.

In questi anni la città ha conosciuto un incremento notevole della ricchezza prodotta, come indicano i dati del PIL. Essa si è ridistribuita però in maniera diseguale penalizzando il lavoro. L’occupazione è aumentata insieme alla precarietà e insieme al tasso di lavoro nero e irregolare. La terziarizzazione che ha investito la città ha creato, in gran parte, lavoro povero e mal retribuito per l’esercito del nuovo proletariato urbano dei servizi e del commercio, in prevalenza donne e giovani. La fetta predominante della torta ha premiato invece gli operatori immobiliari e finanziari, gli albergatori e i costruttori, i veri e autentici beneficiari del cosiddetto “Modello Roma”.

Intensi flussi migratori di cittadini si indirizzavano ogni giorno verso i territori dei comuni confinanti (e viceversa) con congestione di traffico e un pendolarismo che rischia di bloccare la capitale nei prossimi anni. Questo fenomeno produce un caos senza fine, una desertificazione sociale, un territorio senza più storia, il trionfo della funzionalità: flussi di merci e persone, autoparchi, snodi di intercambio, autoporti. Ne sono esempi caricaturali l’insediamento della nuova fiera di Roma e lo spettrale quartiere di Parco Leonardo, vere e proprie cattedrali moderne del consumo. Questo artificioso dualismo (città di Roma - periferia) è utile a creare ulteriore rendita e viene ora spacciato ideologicamente ed impropriamente come area metropolitana.

Mentre il modello premiava i gruppi di potere e i cittadini già protetti, nelle periferie diventavano osservabili fenomeni di imbarbarimento civile e sociale, guerre di bande per il possesso del territorio, fenomeni di emarginazione e di spartizione dello spazio pubblico residuale. Anziché produrre politica, produrre legame sociale, l’amministrazione interviene con progetti di presunta modernizzazione: alberghi e centri commerciali per “riqualificarne” l’immagine, sempre affidati alla solita cricca degli speculatori immobiliari. Vecchi insediamenti storici vengono omologati dal consumo, da interventi che dissolvono le forme comunitarie.

Ogni territorio, ogni luogo di comunità, ogni luogo non ancora investito dai processi di urbanizzazione viene trasformato in “suolo”. Suolo significa ridurre i luoghi di esperienze, di pratiche, di comunità a spazio euclideo indifferenziato e valutabile solo in funzione della rendita che esso è in grado di produrre. Nella pura logica del consumo e dell’economicismo, il luogo è spogliato dei suoi valori simbolici, culturali, sociali. L’effetto è quello di sradicamento inteso come recisione del legame profondo tra persone e gruppi sociali e luoghi. Un’ecatombe simbolica.