Sabato 31 gennaio abbiamo presentato il documento “Per un nuovo percorso della politica” alla città. C'è stata una discreta affluenza, ma speriamo di fare di meglio. Abbiamo solo iniziato questo cammino, che vogliamo sia grande e tumultuoso.
Incominciare è qualcosa di gioioso, a volte confuso, sicuramente difficile. Siamo parte di una storia, le nostre storie, che ci portiamo dietro, che sono memoria, ma anche fardello, quando si arrovellano dentro il circolo della pura astrazione. Laddove, invece, l’esperienza della storia si getta nella vita, ecco che ci si apre a diventare altro da sé. Ecco perché partiamo dalla ferrea volontà di incontrarci con altri soggetti e soggettività, perché non siamo soli, e soli non siamo mai indispensabili. Il campo della storia è un terreno che va continuamente smosso, arato, e seminato. E il nostro cruccio sarà quello di costruire un pensiero che si avvinghi continuamente al reale, per una teoria della pratica.
Tutti i temi che troverete appena accennati nel documento meritano di trovare spazi in cui innestarsi, maturare e dare i proprio frutti dentro la società. Crediamo che la democrazia debba tornare nel posto in cui è la sua etimologia la colloca: il popolo, la gente, la moltitudine, le donne e gli uomini che abitano le nostre città.
Di seguito troverete un intervento che Elio Vittorini scrisse per la rivista, “Il Politecnico”, nel 1945 che vi preghiamo di leggere.
Vittorini lo scrisse nel clima del primissimo dopoguerra. Vi troverete uno spirito e un’unità di intenti che di lì a poco sarebbe stato inevitabilmente travolto dal clima della guerra fredda. Tuttavia possiamo, oggi, rileggere il pensiero di questo grande scrittore e trarre profitto dalla sua lezione.
Elio Vittorini, da “Il Politecnico” 1945, antologia a cura di M.Forti e S. Pautasso, Rizzoli, Milano 1975, pp.55-57
Per un pezzo sarà difficile dire se qualcuno o qualcosa abbia vinto in questa guerra. Ma certo vi è tanto chi ha perduto e che si vede come abbia perduto. I morti, se li contiamo, sono più di bambini che di soldati; le macerie sono di città che avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumenti, di cattedrali, di tutte le forme per le quali è passato il progresso civile dell’uomo; i campi su cui si è sparso più sangue si chiamano Mathausen, Maidanek, Buchenwald, Dakau.
Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto? Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva insegnato a considerare sacra l’esistenza dei bambini.
Anche di ogni conquista civile dell’uomo ci aveva insegnata che era sacra; lo stesso del pane; lo stesso del lavoro. E se ora milioni di bambini sono stati uccisi, se tanto che era sacro è stato lo stesso colpito e distrutto, la sconfitta è anzitutto di questa “cosa” che ci insegnava l’inviolabilità loro?
Questa “cosa” voglio subito dirlo non è altro che la cultura: lei che è stata pensiero greco, ellenismo, romanesimo, cristianesimo latino, cristianesimo medioevale, umanesimo, riforma, illuminismo, liberalismo, ecc., […]
Non vi è delitto commesso dal fascismo che questa cultura non avesse insegnato ad esecrare già da tempo. E se il fascismo ha avuto modo di commettere tutti i delitti che questa cultura aveva insegnato ad esecrare giù da tempo, non dobbiamo chiedere proprio a questa cultura come e perché il fascismo ha potuto commetterli?
Dubito che un paladino di questa cultura, alla quale anche noi apparteniamo, possa darci una risposta diversa da quella che possiamo darci noi stessi: è non riconoscere con noi che l’insegnamento di questa cultura non avuto che scarsa, forse nessuna, influenza civile sugli uomini. Pure, ripetiamo, c’è Platone in questa cultura. E c’è Cristo. Dico: c’è Cristo. Non ha avuto che scarsa influenza Gesù Cristo? Tutt’altro. Egli molta ne ha avuta. Ma è stata influenza, la sua e di tutta la cultura fino ad oggi, che ha generato mutamenti quasi solo nell’intelletto degli uomini, che ha generato e rigenerato dunque se stessa, e mai, o quasi mai, rigenerato, dentro alle possibilità di fare, anche l’uomo. Pensiero greco, pensiero latino, pensiero cristiano di ogni tempo, sembra non abbiano dato agli uomini che il modo di travestire e giustificare, o addirittura di render tecnica, la barbarie dei fatti loro. E qualità naturale della cultura non poter influire sui fatti degli uomini?
Io lo nego. […] Essa ha predicato, ha insegnato, ha elaborato principi e valori, ha scoperto continenti e costruito macchine, ma non si identificata con la società, non ha governato con la società, non ha condotto eserciti per la società. Da che cosa la cultura trae motivo per elaborare i suoi principi e i suoi valori? Dallo spettacolo di ciò che l’uomo soffre nella società. L’uomo ha sofferto nella società, l’uomo soffre. E che cosa fa la cultura per l’uomo che soffre? Cerca di consolarlo.
Per questo suo modo di consolatrice in cui si è manifestata sino ad oggi, la cultura non ha potuto impedire gli orrori del fascismo. Nessuna forza sociale era “sua” in Italia o in Germania per impedire l’avvento al potere del fascismo.
Ma di chi se non di lei stessa è la colpa che le forze sociali non siano forze della cultura, […]? La società non è cultura perché la cultura non è società. E la cultura non è società perché ha in sé l’eterna rinuncia de “Dare a Cesare” e perché i suoi principi sono soltanto consolatori, perché non sono tempestivamente rinnovatori ed efficacemente attuali, viventi con la società stessa come la società stessa vive. Potremo mai avere una cultura che sappia proteggere l’uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo? Una cultura che le impedisca, che le scongiuri, che aiuti a eliminare lo sfruttamento e la schiavitù, e a vincere il bisogno, questa è la cultura in cui occorre che si trasformi tutta la vecchia cultura.
La cultura italiana è stata particolarmente provata nelle sue illusioni. Non vi è forse nessuno in Italia che ignori che cosa significhi la mortificazione dell’impotenza o un astratto furore. […]
Io mi rivolgo a tutti gli intellettuali italiani che hanno conosciuto il fascismo, non ai marxisti soltanto, ma anche agli idealisti, anche ai cattolici, anche ai mistici. Vi sono ragioni dell’idealismo del cattolicesimo che si oppongono alla trasformazione della cultura in una cultura capace di lottare contro la fame e le sofferenze?
Occuparsi del pane e del lavoro è ancora occuparsi dell’ “anima”. Mentre non volere occuparsi che dell’ “anima” lasciando a “Cesare” di occuparsi come gli fa comodo del pane e del lavoro, è limitarsi ad avere una funzione intellettuale e dar modo a “Cesare” […] di avere una funzione di dominio “sull’anima” dell’uomo. Può il tentativo di far sorgere una nuova cultura che sia di difesa e non più di consolazione dell’uomo, interessare idealisti e cattolici, meno di quanto interessi noi?