Note sul documento PER UN NUOVO PERCORSO DELLA POLITICA

  1. declino culturale, etico e politico

    E’giusto esserne consapevoli; ma non basta. Su questo punto l’analisi mi sembra carente. Bisognerebbe scandagliare i processi e le dinamiche che hanno portato a questo declino, tentare di capire il perché nel paese c’è stata una specie di mutazione antropologica negli ultimi vent’anni che ne ha reso una parte indolente e quasi refrattaria ed un’altra succube di qualsiasi sia pure banale suggestione edonistica.

    Non credo che solo il distacco della politica dalla popolazione spieghi che il 16 febbraio, nel pieno del conflitto istituzionale e del tentativo di “occupazione del parlamento” da parte del governo, davanti a Palazzo Madama eravamo in 500 e davanti ai televisori vi erano sette milioni di persone a guardare il “grande fratello”.

    Dobbiamo chiederci quale ruolo abbiano avuto nel ridurre il paese così le agenzie informative e formative - a partire dai media -, i modelli di consumo imperanti, l’abdicazione della intellettualità diffusa al compito di dar contenuti e forma al senso comune. E’ vero, le sezioni di partito che una volta forgiavano coscienze e consapevolezze non ci sono più. Ma la società non ha prodotti anticorpi, è come se il suo sistema immunitario fosse venuto meno.

    Se è dalla società civile che bisogna ripartire queste cose vanno capite bene.

    Si pone anche un interrogativo: può l’intellettualità diffusa ritrovare il suo ruolo e con quali strumenti?

  2. associazionismo, volontariato, cooperative, Ong, comunità di base

    E’ vero quell’anima che vive nel paese frammentata in tanti corpi di individui isolati - ed ascoltando la quale si potrebbe risalire la china - non raramente si lascia assimilare dalle dinamiche accattivanti di questo sistema.

    La questione chiama in causa in modo particolare il terzo settore, il no-profit. Un tempo, anche se in alcuni casi inquinato dal collateralismo, costituiva un’area in cui la società civile si organizzava. Non poche delle sue articolazioni si integrarono nel sistema dello stato sociale ed alcune agirono da ammortizzatori sociali. Più o meno tutte si sono progressivamente “istituzionalizzate”. In queste, come in tutte le istituzioni, si sono sviluppate spinte all’ autoreferenzialità e all’autoconservazione. Più il collateralismo è venuto meno, più queste spinte sono divenute forti, soffocando le ispirazioni originarie ed incentivando l’assimilazione nel sistema.

    Si pongono alcuni interrogativi:

    1. può questo settore rivitalizzarsi e come?

    2. possono i nuovi movimenti ricostituire un’area nella quale la società civile si organizzi?

    3. è possibile creare una sponda per i nuovi movimenti senza indurre il loro snaturamento?

    Diversa l’esperienza delle comunità di base, se con questa denominazione si intende indicare le comunità cristiane di base. Queste non si sono né istituzionalizzate, né si sono lasciate assimilare. Ma sono andate via via perdendo la loro carica propulsiva e contestatrice, da un lato perché i movimenti sociali con i quali erano collegate si sono estinti e dall’altro perché non hanno saputo collegarsi vitalmente con i nuovi movimenti e quindi non sono riuscite ad attrarre nuove energie giovanili. Di conseguenza sono andate invecchiando e non sono riuscite a creare ricambi generazionali.

  3. società del benessere

    Parlare di società del benessere mi sembra improprio. Le trasformazioni intervenute hanno portato alla società affluente, alla società opulenta, ma una società del benessere non si è mai vista, se con questa espressione si vuole indicare – come ormai è consueto - una società in cui vi sia un’economia del benessere; economia che al momento è solo oggetto di riflessioni e dibattito teorici, più che altro un auspicio.

    Se con questa espressione si vuole invece alludere alla versione italiana dello stato sociale, l’argomento merita un approfondimento che tento al punto successivo.

  4. lotte e conquiste del movimento dei lavoratori

    L’allargamento della democrazia si può iscrivere senza dubbio tra gli effetti delle lotte sociali e politiche in particolare di quelle del movimento dei lavoratori. Non è così per il sistema di sicurezza sociale, ovvero per lo stato sociale.

    Esso si è sviluppato, in Italia come altrove, non tanto per effetto delle lotte, ma, come ha ben spiegato in un argomentato saggio diversi anni fa Giovanni Mazzetti, perché era del tutto funzionale alla logica del processo di accumulazione della fase fordista. Esso ha fornito un apporto essenziale all’alimentazione del processo, sia per il sostegno della domanda interna mediante l’importante volume di “posti di lavoro” che creava, sia per . l’azione di contenimento delle spinte salariali svolta con l’offerta di servizi gratuiti o a bassissimo costo[1].

    Non si può trascurare questa considerazione. Altrimenti non si spiegano né le concomitanti crisi delle grandi socialdemocrazie, né il progressivo smantellamento dei sistemi di sicurezza sociale in tutti i paesi europei. Soprattutto non si coglie la connessione di questi avvenimenti con la crisi economica in atto. Il tratto saliente della logica secondo cui ha agito il capitale nella fase post-fordista è stata la prospettiva – poi dimostratasi illusoria - di poter sostituire il ruolo dei mercati di massa con la spasmodica accelerazione del turn over di prodotti collocabili sui mercati “ricchi. Ciò ha portato alla riduzione delle basi produttive e di conseguenza all’ insorgere delle “nuove povertà” che hanno colpito i ceti medi ed i lavoratori occupati, e quindi alla depressione della domanda. Così si è inceppato il processo dei accumulazione come non era impossibile prevedere tant’è che in un documento del 1993, scritto per un convegno – che poi non si tenne - della Convenzione per l’Alternativa, si legge:

    se il risparmio monetario conseguente alla rarefazione del¬la forza lavoro impiegata fosse avocato dal capitale e se co¬munque la ripartizione del valore aggiunto non venisse ripro¬porzionata è assai probabile, forse addirittura inevitabile, che si determinerebbe una riduzione del potere di acquisto del¬le masse e quindi un restringimento della domanda di consumi. Non è affatto scontato infatti che eventuali incrementi della domanda delle classi legate al capitale e delle fasce dei lavo¬ratori garantiti riuscirebbero a compensare la riduzione delle fasce (per altro in espansione) del precariato e dell'emargina¬zione.

    Stanno qui le radici della crisi dell’economia reale. Crisi che la finanziarizzazione dell’economia, cioè la “produzione di danaro a mezzo di danaro”, ha ritardato ma non evitato, per poi moltiplicarne esponenzialmente gli effetti,quando sulla crisi economica si è avvitata quella del sistema finanziario.

    Si può concludere che verosimilmente questa non è solo la crisi del modello economico iperliberista ma il segnale di una difficoltà profonda del capitalismo che se non ha gli anni contati neppure ha dinnanzi a sé i secoli.

    Ne discende una conclusione importante. Un’alternativa – sia pure nella prospettiva di una di coesistenza competitiva di alcuni decenni – si può (si deve) cominciare a costruire.

  5. che fare

    E’ indubbio: ciò che occorre è “produrre legame sociale, fare società, fare città e... produrre il legame sociale attraverso il conflitto … rivisitare il concetto di partecipazione …” Ma come?

    Non accontentiamoci di suscitare dibattiti e riflessioni, ma proviamo anche ad agire, a suscitare impegni concreti in modo che riflessione e prassi si intreccino in un’unica esperienza ed i conflitti nascano nell’affrontare concretamente i problemi con modelli e soluzioni nuove. Tentiamo di attivare un’azione di medio-lungo periodo per progettare e, tenuto conto dei limiti e dei condizionamenti di partenza, avviare il passaggio dalla situazione in atto alla città che vorremmo Sarebbe utile in questa ottica:

    1. anzitutto provare a costruire progressivamente, municipio per municipio, una mappa dei soggetti collettivi presenti sul territorio

    2. quindi proporre loro di collegarsi per svolgere insieme delle azioni concrete:

      1. la promozione di Distretti di Economia Solidale (DES) cosa che potrebbe abbinarsi ottimamente alla

      2. ricerca di possibili interventi per fronteggiare gli effetti del modello urbanistico sbagliato invalso a Roma e di mezzi per invertire gli indirizzi attuali del modello urbanistico.

    .

    I due gruppi che hanno predisposto e proposto il documento PER UN NUOVO PERCORSO DELLA POLITICA potrebbero svolgere un ruolo di supporto delle esperienze nei vari municipi.

Nino Lisi

Roma 18 febbraio 2009

[1]In Italia ha avuto una peculiarità: risucchiato nell’ambito del sistema di mediazione sociale e di creazione del consenso della DC, è stato fortemente inquinato da clientelismo ed assistenzialismo.
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I Distretti di Economia Solidale

Quanto ai DES mi limito ad un cenno sommaria (ci potrà essere tempo per approfondire l’argomento) rifacendomi ad alcune indicazioni di Massimo Lampa della cooperativa di commercio equo ‘E pappeci. Di Napoli.

DES non è economia bensì ricerca di risposte all’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, ricerca concreta (fatta dunque di pratiche sperimentate e riflettute collettivamente) e riproducibile (quindi pubblica e alla quale possa accedere chiunque). Un DES passa dunque per l’economia ma un’economia partecipata (dunque strumento e non fine); e passa anche per la “reale possibilità di una via alternativa della democrazia che le consenta di rimettere in gioco e valorizzare quanto, del patrimonio sociale, culturale e territoriale delle comunità locali, rischia di venire sommerso dalla montante marea della globalizzazione dirigista e affaristica” (dal sito della Rete del Nuovo Municipio).

Un nodo molto importante di una possibile rete di economia solidale dovrebbe svolgere un ruolo di intersezione tra diversi obiettivi: sviluppo locale, eco e socio sostenibilità, consumo critico….

… non vuol dire solo attivazione di forme di economia alternative (bilanci di giustizia, gruppi di acquisto, commercio equo, mutue di autogestione e finanza etica, …)… ma far emergere stili di vita caratterizzati da sostenibilità e solidarietà (sociale ed ambientale)

Il concetto di solidarietà allora va, secondo me, inscritto in questo ambito e deve quindi rapportarsi a tutti i soggetti cui sono negati i diritti (salute, lavoro, formazione, recupero, pari opportunità, etc.)