Il lavoro
La società continua ad essere investita da trasformazioni che appena intravede, ed è debole la stessa capacità di interpretarle. Fenomeni nuovi e culture diverse ci stanno travolgendo, senza che questo dia vita ad una cultura politica capace di confrontarsi con quanto accade oggi nel mondo, nel nostro paese, in questa città. Il dibattito deve essere rilanciato a tutto campo e in profondità per ripensare la nostra società e la nostra politica. Proponiamo sinteticamente e a titolo di esempio, solo alcuni temi fondamentali.
Il lavoro e la produzione nell’economia della globalizzazione
Dopo un secolo di lotte e di conquiste del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici, che hanno allargato la democrazia e creato la “società del benessere” nei paesi dell’occidente capitalistico, il lavoro è ritornato ad essere merce a basso prezzo nelle mani di un’impresa sempre più aggressiva e in corsa per la competizione.
Nelle regioni più ricche dell’occidente il lavoro dipendente ed operaio torna ad occupare una funzione servile e subalterna nella gerarchia e nella considerazione sociale, mentre le mansioni più povere ed alienanti sono affidate in gran parte alla forza lavoro immigrata, spesso in forma clandestina ed irregolare.
La mercificazione più bieca del lavoro ci pone direttamente di fronte ad una economia che si autolegittima in sé in quanto “figlia delle leggi intangibili (naturali) del mercato” fino al paradosso di giustificare una umanità al suo servizio piuttosto che il suo (naturale) contrario .
Le “nuove povertà” coinvolgono i ceti medi e i lavoratori occupati, secondo la logica di una globalizzazione capitalistica che riversa la sua crisi sui salari, sul lavoro e sui paesi poveri; che acuisce l’iniqua redistribuzione della ricchezza a vantaggio dei paesi più ricchi e di una cerchia ristretta della elité globale e finanziaria.
Le grandi multinazionali depredano le materie prime e le risorse naturali del pianeta e monopolizzano il mercato mondiale attraverso il controllo delle esportazioni e delle catene della grande distribuzione. L’industria della guerra e delle armi prosperano, insieme al decadimento della democrazia. La formazione del profitto avviene sempre più attraverso la produzione di merci non tangibili. Non solo diventano oggetto di profitto la conoscenza, l’informazione, i saperi e la formazione, ma anche la comunicazione, l’intrattenimento e addirittura i modelli di vita.
Anche i processi biologici vengono brevettati e sfruttati dall’economia. Il capitale globale, da diversi punti di vista, mette al lavoro la vita.
Il capitale globale ha saputo sfruttare anche la differenza di genere, accrescendo così i suoi profitti. I due terzi delle ore – lavoro vengono svolti dalle donne, fuori e dentro casa, nell’assistenza agli anziani e ai bambini. Ma a questo lavoro non è riconosciuto parità di salario e pari dignità. Del reddito prodotto dal lavoro alla donna spetta solo il 10%.
L’uscita dalla marginalità e dall’esclusione non sta nella cooptazione dentro il sistema dell’apartheid del lavoro. Serve piuttosto un capovolgimento totale del modo di pensare il lavoro parte essenziale ma non esaustiva della vita delle persone, delle città e dell’organizzazione dei territori.
La crisi del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici
Le organizzazioni del movimento dei lavoratori e sindacale sono sempre più in crisi di rappresentanza e di rappresentatività. La frantumazione del processo produttivo e del lavoro favorisce infatti le condizioni del più aggressivo sfruttamento del lavoro e facilita l’attacco padronale alla contrattazione collettiva: allungamento dell’orario di lavoro e dell’età pensionabile, estensione del lavoro precario, etc.
La precarizzazione non lede solo la dignità e i diritti del lavoro, ma rende il lavoro subalterno ai meccanismi di riproduzione del suo sfruttamento e lo degrada alla condizione servile. Le divisioni e la cultura individualista che ne discende portano il lavoratore stesso ad abbassare il tasso di solidarietà, ad adottare comportamenti competitivi come “si salvi chi può” e la guerra tra poveri.
Alla base di questa debolezza c’è anche il permanere di una visione e di una modalità di organizzare e rappresentare il lavoro tipica della fase fordista, fondata sulla divisione tra lavoro salariato e non. Le filiere produttive hanno ormai una dimensione transnazionale e transcontinentale e si estendono orizzontalmente e verticalmente inglobando tutte le modalità possibili di organizzazione della produzione e dello sfruttamento del lavoro legali e illegali, moderne e tradizionali: lavoro nero, lavoro minorile, economia sommersa, economia criminale, appalti e subappalti, lavoro a domicilio, contoterzismo, lavoro autonomo, ecc.
La riorganizzazione del lavoro e del conflitto fra capitale e lavoro, a partire dalle vecchie e nuove forme di utilizzo e di sfruttamento e dai diversi modi di organizzazione della produzione, mette in campo anche la necessità di ripensare il concetto stesso di lavoro.
Il lavoro per il bene comune
L’impresa capitalistica utilizza i canali della globalizzazione per impiantare le sue attività là dove i sistemi politici la favoriscono e là dove la manodopera è a basso costo e non ha tutele legislative.
A questa prospettiva, va contrapposta la scelta di sistemi produttivi legati al territorio e alle comunità locali, usando il potenziale produttivo e i saperi esistenti sul territorio, da cui ripartire per riorientare i mercati, costruire sistemi produttivi solidali e nuove forme di organizzazione del lavoro e di sviluppo delle comunità.
Il conflitto capitale-lavoro non può inoltre più prescindere dalla valutazione critica di ciò che si produce. La critica ai modelli di sviluppo che privilegiano prodotti e beni improduttivi se non distruttivi come l’industria bellica, la cementificazione e l’urbanizzazione devastatrice del territorio, deve diventare un discrimine che riqualifica la funzione sociale del lavoro e il suo orientamento verso la produzione di beni utili, nel rispetto dei beni comuni fondamentali, come il territorio, l’acqua, l’energia, la salute, ecc., che sono la ricchezza della Terra.