Il problema dell’assetto urbanistico delle nostre città
Le città sono sempre più macchine per vivere e lavorare che non luoghi per abitare, beni comuni in cui convivere. Colpite dalla speculazione, piegate alla competizione internazionale, rese chiuse dalla paura e dall’insicurezza sociale, crescendo al di fuori di una cultura dei limiti ecologici, sono sempre più vissute come un oggetto di consumo.
Non abbiamo più la città che unisce, ma la città che divide. Una cesura continua a dividere la città di pietra dalla città vissuta. Anche i centri storici vengono travolti dalla valorizzazione economica.
Non molti anni fa Arnold Toynbee (in linea con altri grandi studiosi come Georgescu Roegen, Patrick Geddes e Lewis Mumford) affermava che l’immediato ambiente sociale dell’abitante della città-mondo (ecumenopoli) deve essere tale da favorire le relazioni sociali e la convivenza, “un insediamento i cui abitanti sono vicini nel senso positivo di essere in rapporti personali gli uni con gli altri”.
Bisogna costruire una città attenta alle pratiche di vita quotidiana, ai modi con cui si costituiscono e si trasformano i luoghi, ai valori simbolici di cui sono intrisi, alle pratiche di significazione che li permeano e che rendono vivibili i nostri contesti di vita.
Possiamo ripensare le città e i quartieri o dobbiamo rassegnarci ad assistere al loro degrado?