Che fare

Occorre produrre legame sociale, fare società, fare città e occorre produrre il legame sociale attraverso il conflitto. La missione per la Politica è quella di fare società, costruire solidarietà con iniziative che diano contenuto alle giuste aspirazioni e maturino la cultura della convivenza. Lo sviluppo della Cultura e dei processi culturali diffusi rimane uno dei terreni maggiormente carenti e su cui concentrare le energie.

Occorre rivisitare il concetto e lo strumento della partecipazione che a Roma ha semplicemente legittimato l’opera degli amministratori subalterni ai poteri forti attraverso lo strumento manipolatorio della concertazione. Ripensare la partecipazione significa anche riaffermare che essa è prerogativa dei cittadini partecipanti della vita civica in generale e non riduttivamente dei cittadini “portatori di interessi” (proprietari, commercianti, imprenditori, ecc.).

Occorre rafforzare le capacità di ascolto e di governo dei Municipi e conferirgli capacità di risposta, eventualmente trasformandoli in Comuni. La figura del sindaco di Roma deve essere, di conseguenza, abolita o rivista. Il governo della città deve offrire uguali opportunità partecipative in tutto lo spazio metropolitano. Occorre che i nuovi Comuni tutelino gli spazi pubblici e li restituiscano al governo delle comunità partecipanti. Bisogna, infine, ripensare con forza le politiche del decentramento. Il decentramento, infatti, non è un fatto burocratico, ma politico, ed è pertinente alla vita equilibrata e alla natura stessa della democrazia.

Occorre aumentare il potere dei cittadini contro quello delle amministrazioni comunali, di ogni colore, ostaggio dei poteri forti dell’economia e dell’informazione. Occorre incoraggiare e promuovere forme anche nuove di mutualismo (l’esperienza delle associazioni di mutuo concorso nell’Inghilterra industriale ne è un riferimento) capaci di rispondere a quei bisogni causati dalla crisi del welfare. La partecipazione deve essere reale, prevedendo una riduzione degli spazi della delega ed un allargamento piuttosto degli spazi decisionali di base, che comportino il reale e concreto coinvolgimento degli abitanti.

Occorre contrastare la “questione securitaria” affrontando il disagio sociale reale che viene strumentalizzato per alimentarla. Occorre ricostruire il senso dell’agire politico evitando la scorciatoia di inseguire (e assecondare) le pulsioni di massa, spesso indotte ad arte per catturare consensi. La paura diffusa soprattutto tra i ceti sociali più vulnerabili produce oggi una “guerra tra poveri”. Va respinto il metodo della demonizzazione delle parti, bisogna, invece, essere presenti nei luoghi del conflitto per isolare chi acuisce lo scontro e riaprire immediatamente un dialogo costruttivo.

Occorre sviluppare il meccanismo del ri-conoscimento. Una città senza relazioni, senza racconti è una città di corpi senza più parole, case isolate e blindate. E’ fondamentale l’accoglienza dell’Altro, il dire dell’Io sull’Altro, l’essere insieme in uno spazio pubblico condiviso.

Occorre una cultura della sobrietà, atta a favorire una diversa mobilità, diverse modalità di consumo, una diversa attenzione al problema dei rifiuti e dell’uso delle risorse, ecc.. Gli abitanti hanno un ruolo fondamentale, un diritto-dovere di essere coinvolti nella costruzione del proprio ambiente di vita, del proprio quartiere, della propria città.