Lettera aperta al gruppo “Non Tacere”.

La vostra assemblea non mi è piaciuta.

Scusatemi se inizio così ma io credo che le relazioni, a maggior ragione se politiche, debbano essere estremamente sincere, altrimenti non si costruisce nulla di buono né utile. Infatti questa più che una lettera politica – almeno per ciò che comunemente s’intende con ciò - è una lettera sincera.

Non mi è piaciuta, dicevo, perché credo non sia riuscita a restituire la densità e la radicalità della lettera e della proposta che in essa avete fatto. La lettura della vostra lettera ha dato a me – soggetto politico sensibile ai temi della quotidianità – la sensazione che finalmente qualcuno volesse cimentarsi con la necessità di un salto politico e culturale di cui da tempo si avverte il bisogno. Vi ho letto o intravisto – e credo come me molti altri – la proposta di un “sferzata” che permettesse a questa città di riprendere il filo di un ragionamento pubblico sulla metropoli e il suo governo.

Questo tema, da tempo nell’agenda di tanti e da tempo agitato in maniera diversa ma ugualmente infruttuoso, credo che oggi abbia – forse per la prima volta - la possibilità concreta di essere affrontato. Il vuoto lasciato dalla morte o suicidio dei partiti della sinistra – indipendentemente dai giudizi che se ne possono dare – permette di pensare che ci siano le condizioni minime per immaginare la costruzione di una forza popolare, autonoma e indipendente, che si cimenti con la forte esigenza di democrazia sociale proveniente dalla crisi.

Questi due dati – scomparsa della sinistra e crisi del modello di sviluppo – se affrontati da soli, per quello che rappresentano nella società, sono di una drammaticità senza pari. Se inseriti invece dentro una prospettiva di ripresa di parola sulla città, sul governo del territorio, sulle forme del welfare, ecc ecc possono comporre il quadro di un’opportunità che ci si presenta per sperimentare forme nuove di sovranità popolare che si confrontino con il tema di un’uscita dalla crisi oltre gli orizzonti del neoliberismo. “Possono” chiaramente, non necessariamente devono; per questo parlavo di “condizioni minime”.

Ciononostante è proprio questa tensione che invece non ho trovato nell’assemblea di Sabato. Assemblea molto partecipata a dire il vero, anche indipendentemente dagli interventi, ma su questo terreno afona, sottotono, oserei dire timida nel dichiarare chiaramente l’apertura di una fase nuova nella storia della città che tagli definitivamente con quella che abbiamo conosciuto come “sinistra”. Perché ha ragione Don Sardelli quando dice che sinistra è uno dei termini che non si può più pronunciare; il problema è che quando si dice ciò forse bisognerebbe anche aggiungere che non è nostra intenzione lavorare affinché un giorno si possa pronunciare di nuovo, perché così si cade nell’errore che sta commettendo tutta la sinistra: cambiare affinché nulla cambi.

Se di una cosa abbiamo bisogno, credo, è invece proprio di segnalare e segnare una discontinuità, una rottura con un mondo che non c’è più, che sta alle nostre spalle; un mondo in cui quella sinistra che abbiamo conosciuto è nata, cresciuta e morta nel non sapersi adeguare alle trasformazioni intervenute nel frattempo, nel diventarne parte, nel farsene complice anche. Quella che sarà – chissà quando – sarà un’altra cosa che ancora non sappiamo e non mi affannerei a definire. Importante è sapere che deve necessariamente essere “un’altra cosa”, sia nelle forme che nei contenuti, nelle facce e nelle parole, provando a cimentarsi con il piano di innovazione politica necessaria.

Questo ovviamente è tutt’altro dal considerare l’esistenza di una larga parte di persone oneste e in buona fede che crede ancora – e per fortuna – nella “sinistra” come valore. A queste persone va data una casa in cui riconoscersi e poter coltivare questi valori. Una casa in grado di accogliere loro come i tanti che ne hanno bisogno e necessità. Ma una casa nuova, perché quella vecchia non solo non c’è più, ma neanche era più in grado di assolvere al compito per la quale era nata.

Fin qui voi, cioè quello che secondo il mio modesto e parziale parere l’Assemblea non ha restituito a pieno. Ma questo tema non riguarda solo voi. Perché anche da parte dei partecipanti – compreso me - questa tensione e volontà non è stata restituita per come è invece percepita. Credo cioè che la morte dei partiti della sinistra abbia in realtà lasciato più orfani di quanti non crediamo, che questa scomparsa debba ancora essere elaborata a fondo; che, affinchè un “nuovo” possa nascere, c’è bisogno di lasciarsi alle spalle le macerie, cioè quei modi d’essere e fare la sinistra che ognuno di noi ha inciso nel dna, scolpiti a fuoco sulla pelle. Modi d’essere e fare che condizionano e guidano le nostre azioni più di quanto noi ne siamo consapevoli. Perché siamo stati abituati – tutti – a concepire come naturale la delega al rappresentante, al portavoce, all’organizzazione, al partito…a cedere cioè sovranità in cambio di sicurezza; salvo poi stupirsi quando questo diventa elemento fondativo della Repubblica.

Al contrario oggi abbiamo piuttosto bisogno di acquisire sovranità, di conquistarla, di farla percepire come l’orizzonte culturale e antropologico senza il quale non c’è emancipazione dalla condizione di sudditanza nella quale il mondo è precipitato e la fu sinistra con esso.

Dico questo evitando a proposito di soffermarmi sulle diverse letture che ognuno di noi da della situazione o sulle diverse interpretazioni presenti tra i partecipanti all’assemblea che – alcuni dicono – starebbero alla base della mancata o insufficiente risposta ai temi da voi posti. Questo problema annoso per Roma, che assomma grande ricchezza di esperienze e idee ma poco spirito unitario a causa di un atteggiamento concorrenziale che mima la concorrenza tra i partiti della sinistra, credo invece vada letto anche in un altro modo. Penso cioè che al fondo di questa coazione a ripetere – e quindi anche della poca risposta dell’assemblea - ci sia in realtà una profonda frattura, un burrone scavato nella vita degli individui e quindi anche delle compagne e dei compagni, che gli impedisce di concepirsi come soggetti portatori di diritto e quindi di trasmettere questa necessità facendosi, interpretandosi come soggetti politici. Salvo poi nascondere questa difficoltà dietro una virgola o un accento che farebbero la differenza…. La sinistra che se ne va ci lascia anche questa eredità con la quale dovremmo imparare a fare i conti, sapendo che non si supera dall’oggi al domani. Ma deve essere affrontata.

E’ anche per questo motivo che noi – che ovviamente non siamo affatto esenti da queste difficoltà – abbiamo voluto cimentarci con i problemi materiali, con le condizioni più difficili, a partire dalla nostra vita, imparando a mettere in gioco noi stessi e le nostre convinzioni, sempre e comunque. Intanto perché crediamo che solo “sporcandosi le mani” è possibile ricostruire, ma anche per sperimentare direttamente l’essere soggetti politici, non delegando a nessuno questo compito e assumendoci tutte le responsabilità che questo comporta, compreso il sottoporsi continuamente alla verifica e al giudizio delle persone in carne ed ossa.

Per questo non siamo degli intellettuali, pur non disprezzando – anzi – l’attività di ricerca intellettuale di cui il nostro mondo è veramente povero. Perché abbiamo sacrificato per lungo tempo il lavoro teorico preferendovi quello materiale, il confronto diretto con la vita da cui poi, forse, anche quello teorico può derivare. Ed è così che siamo cresciuti, è solo ed unicamente con questa determinazione che siamo diventati – seppur piccoli e parziali – una parte relativamente importante di questa città. Una forza politica in realtà anche oltre la nostra stessa consapevolezza.

Ed è sempre per questo per questo che mal sopportiamo chi parla solo e mai fa. Chi non rischia mai. Chi manda avanti gli altri. Chi non si sottopone mai al vaglio e alla verifica della collettività.

Noi che della “moralità comunista” non sappiamo che farcene, siamo in realtà molto più attenti e sensibili alla morale e all’etica di tanti ben pensanti di sinistra.

E badate, quando parlo di “noi” non intendo Action – diritti in movimento, ma l’insieme delle realtà, anche molto diverse tra loro che, nate nei centri sociali e nel mondo dell’autorganizzazione sociale, hanno rappresentato per tutto questo tempo il tema dell’innovazione, della ricerca, della sperimentazione concreta di un altro modo di essere e vivere. Sia sul piano sociale che culturale che politico. Un mondo anch’esso in estrema difficoltà oggi, alle prese con le stesse domande e problemi di cui parlavo prima, ma un mondo che è cresciuto con gli anticorpi verso la deriva assunta dalla politica e che ha fatto della contaminazione culturale l’orizzonte della sua azione. Un mondo quindi di cui tutti siamo figli e debitori, perché se non ci fosse stato, se non avesse anticipato con la sua esistenza e le sue battaglie di libertà quello che stava accadendo, noi oggi non ci saremmo. O non saremmo così.

Il primo centro sociale occupato nella città è del’85, gli altri poco dopo, prima della Pantera che hanno contribuito a far nascere. Il Corto Circuito è del ’90, prima di Rifondazione Comunista per dire. La battaglia per la delibera 26, quella per l’assegnazione degli spazi sociali alle associazioni che ne facevano richiesta è del primo Rutelli, una battaglia per la città di cui solo noi non ne abbiamo ancora usufruito. La Strada nasce in quel periodo e ci cresceranno molti dei militanti romani che poi faranno la scelta di Rifondazione dopo Genova 2001. Esc è di pochi anni fa, prima dell’Onda universitaria che alla Sapienza ha avuto il suo più forte insediamento. Action nasce nel 2002 dall’esperienza prodotta delle tute bianche e dai disobbedienti sul terreno della precarietà: anch’essi nati dentro il mondo dei centri sociali romani e nazionali. Lo stesso mondo che darà vita anche a Ya Basta, di cui Fabio vi può parlare meglio e più di me. Il Coordinamento cittadino di lotta per la casa viene da più lontano, ma dall’esperienza di alcuni centri sociali, tra cui Acrobax, ha preso nuova linfa e vita. La delibera 110 sulle politiche abitative è del 2005. Il Bpm e l’Horus vengono da alcuni compagni provenienti dall’esperienza di Action. Per non parlare del Treno per Amsterdam mentre si faceva Maastricth, delle battaglia contro i Cpt e il proibizionismo, dell’interposizione umanitaria in palestina, del “trainstopping”…

Cioè, senza farla troppo lunga, moltissimo di quanto di positivo ha prodotto questa città è frutto della presenza e dell’attività di questo mondo che con generosità, spesso in solitudine, ha provato ad interpretare l’interesse generale dentro una catastrofe incombente. Con tutti i limiti del caso chiaramente e anche incontrando spesso compagni di percorso importanti, contribuendo cioè anche al protagonismo di altri pezzi di società politica e civile. Penso alle tante battaglie fatte con l’Arci e il mondo dell’associazionismo, a Sandro Medici e a molto altro. Ma è stata quest’interpretazione dell’interesse generale dentro le modificazioni indotte dalla modernità che ha permesso a questa Roma di crescere e resistere mentre quasi ovunque arrivava il deserto.

Mi ricordo la visita del gruppo “non tacere” al X Municipio, quando siete venuti a presentare la vostra esperienza. Venni a sentirvi e non intervenni mentre i politici di turno facevano la passerella. Alla fine mi avvicinai a Don Sardelli per dirgli che noi eravamo contenti di incontrarvi per raccontare cosa facevamo e magari provare a costruire qualcosa insieme. Don Sardelli mi guardò distrattamente e mi disse che si poteva anche fare, ma che voi per il momento eravate interessati ad incontrare gli amministratori e che a breve avreste visto anche Veltroni. Poi magari avreste parlato con gli altri. Gli dissi che facevate bene, ma che c’era la forte possibilità che avreste perso tempo. Mi disse che non era detto.

Noi non ci siamo più incontrati e con Veltroni è andata come è andata. Ecco, quando dicevo che non si riparte mai da zero intendevo questo, che qualunque cosa vogliamo fare dobbiamo tenere bene a mente il patrimonio di lotte, esperienze e intelligenze sociali che questa città ha da mettere a disposizione, intendendo con ciò utilizzarlo, non assumerlo acriticamente. Ma sapendo che può insegnarci molto per evitare di percorrere strade già battute. Soprattutto può aiutarci ad abbandonare la presunzione di conoscere il mondo meglio di tutti quelli che vi hanno abitato da sempre.

Giustamente Don Sardelli nei suoi interventi rivendica la necessità che facce e nomi nuovi siano interpreti di questa nuova fase, ma ci sono facce e facce. C’è chi come Sandro Medici, Anna Pizzo, Nunzio D’Erme per i sette anni che è stato Consigliere Comunale e pochi altri, veramente pochi altri indipendentemente dalla collocazione politica, si è sporcato le mani, rischiando in prima persona, provandole tutte per cambiare la realtà; e c’è invece la maggioranza degli ex o attuali amministratori di sinistra, compresi quelli che sembravano più dignitosi, che ha pensato solo ai cazzi suoi – scusate il termine – alla poltrona, a rinnovare il rito del potere e della rappresentanza istituzionale come inizio e fine di ogni cosa. Senza mai dire ho sbagliato…se ci parlate hanno sempre ragione loro e tu non capisci, non ti rendi conto, non hai una visione generale…sei immaturo politicamente.

Basta! Basta così amici e compagni di “Non Tacere”. Queste persone impresentabili devono stare lontano da qualunque nuova cosa vogliamo fare, pena il non fare nessuna cosa. Mai.

Detto ciò arrivo al punto. Il motivo di questa lettera non era farvi le pulci né sfogarmi. Anzi scusatemi se mi sono lasciato andare e nella foga molte cose si sono perse o capite poco. Avremmo modo di parlarne a voce e meglio. Il motivo vero di questa lettera è quello di rinnovarvi la nostra disponibilità ad intraprendere insieme un percorso per la realizzazione di un vero laboratorio politico cittadino con quelli e quelle che vorranno starci. Una dichiarazione che non vuole essere solamente formale, ma che bensì intende mettervi a conoscenza del fatto che anche noi – e da tempo – stiamo affrontando la discussione sulle forme e le modalità di questa necessità, sulle sue difficoltà di realizzazione concreta ma anche sulla sua effettiva potenzialità.

Che è nostra intenzione lavorare alla realizzazione di un esperienza che vada oltre noi e oltre i semplici coordinamenti di scopo. Un esperienza in grado di fare incontrare le diverse anime e culture dell’altra città dentro un percorso di riconquista dei diritti di cittadinanza e della sovranità conseguente.

Che il quadro federale che si delinea all’orizzonte ci chiede di interpretare in maniera adeguata lo spazio sociale e politico di una esperienza che voglia cimentarsi con i temi dell’autogoverno popolare, oltre che con quelli della crisi della politica e della rappresentanza.

Che in quest’avventura siamo disposti a mettere tutto quello che abbiamo costruito in questi anni. Dai centri sociali, alle palestre popolari, alle cooperative e associazioni, ai palazzi occupati, agli insediamenti sociali, alle postazioni municipali, comunali e quant’altro.

Che, soprattutto, intendiamo e mettiamo la collocazione di Andrea, di Cristiana e di Rino a disposizione di questo percorso, come sempre abbiamo inteso l’utilizzo delle istituzioni per sperimentare forme nuove di partecipazione e rappresentanza sociale.

Che siamo consapevoli di non poter rappresentare da soli la complessità della situazione romana, né abbiamo mai inteso farlo. Che quindi, come siamo sempre stati aperti a qualunque collaborazione sulle questioni concrete, lo siamo altrettanto per la realizzazione di un processo comune di ripresa della parola sulla città. Sapendo sin d’ora che sarà un’operazione lunga e complessa, per nulla lineare e scontata. Ma necessaria.

Vi proponiamo perciò un confronto politico su questi temi, un confronto che ci permetta di iniziare veramente questo percorso andando oltre le enunciazioni assembleari. Vi proponiamo cioè di incontrarci in forma allargata e non ristretta – noi e voi di “Non Tacere” – per cominciare a conoscerci. Se ce ne fosse bisogno possiamo anche fare un preliminare incontro più ristretto per facilitare la discussione, ma comunque preferiremmo arrivare al più presto ad un confronto il più allargato e aperto possibile per discutere insieme le tappe di questo camminare insieme.

In realtà cominciamo a pensare che sarebbe bello e utile se un costituendo laboratorio cittadino si costituisse prima delle europee dicendo chiaramente che non ci pensiamo per niente di andare a votare per quelle elezioni. Ma non vogliamo precorrere i tempi…per il momento ci accontentiamo di pensarlo.

Per quanto riguarda “Modello Roma” non abbiamo nessun problema a discutere con loro che sono sicuramente una delle ricchezze migliori di cui questa città dispone. Con Caudo e Berdini ci incontriamo da tempo, e in maniera diversa e forse del tutto inconsapevole sono i “mandanti morali” di molte delle nostre cose migliori. Gli altri li conosciamo quasi tutti per serietà e professionalità.

Dopodiché è anche vero che le persone cambiano. E si spera migliorino.

Quindi fate voi. Parlatene e fateci sapere.

Per completezza di informazioni è giusto che sappiate che noi abbiamo aperto questa interlocuzione anche con altre persone e realtà. Alcune nominate in queste pagine, altre no. Senza nessuna presunzione di essere quelli che tirano le file. Solo con la necessità di andare a vedere cosa c’è oltre l’orizzonte quotidiano. Inizi di parola come questo che stiamo facendo con voi. Come andrà a finire dipende solo da noi…

Con sincero affetto, a presto.

Fabrizio Nizzi di Action